Giornata MOSE 08 - intervento di Lorenzo Bonometto

Intervento di Lorenzo Bonometto
Intervento di Lorenzo Bonometto
Intervento di Lorenzo Bonometto
Intervento di Lorenzo Bonometto

Lorenzo Bonometto

 Equilibri e squilibri lagunari, una storia di equivoci e di conoscenze negate

Mi è stato chiesto un incontro sugli equilibri e squilibri lagunari e sulla negazione delle conoscenze riguardo questo tema.  Parlare degli equilibri e degli squilibri richiederebbe ben altri tempi, dovrebbe iniziare con l’esame di come funziona la laguna per arrivare al come e perché tale funzionalità, storicamente orientata per un millennio, nell’ultimo secolo è stata alterata e compromessa.  Parlare delle conoscenze negate è invece amaramente facile, perché quanto avvenuto di recente nella laguna è dominato da queste negazioni, da un uso piratesco dei linguaggi, dalla manipolazione delle conoscenze resa possibile dal controllo sull’informazione, tanto che i rovesciamenti della realtà e l’irrisione delle leggi sono diventati prassi nella storia recente della Laguna.

Iniziamo con questa immagine storica, molto importante: la carta della laguna del Combatti. [immagine] Ci mostra uno spaccato della laguna nel 1822, dicendoci molte cose. Potremmo ragionarvi per delle ore, iniziando dal fatto che allora la cartografia si basava solo sulla conoscenza possibile percorrendo i luoghi. Non vi era ovviamente la possibilità di fare foto aeree o simili; e va considerato che i canali sommersi, raffigurati nella cartografia in minuzioso dettaglio, rappresentano una realtà che non si vede navigando in superficie, perché dalla barca l’acqua appare per lo più omogenea. Perciò questa non è una raffigurazione della realtà visibile, ma una raffigurazione della realtà conosciuta; è un linguaggio grafico, che ci dice anche qualche cosa di più. L’area raffigurata, parte della laguna centro-meridionale, è ricchissima di toponimi (se preferiamo di idronimi), di nomi di luoghi che identificano i canali anche minimi e le aree delimitate da questi; elementi invisibili, a parte i canali principali delineati dalle briccole, che all’epoca costituivano una realtà minuziosamente conosciuta, articolata e differenziata, al punto che ad ogni elemento corrispondeva un nome. Questi toponimi esprimono una conoscenza che a sua volta era espressione di un uso, di una frequentazione intensa; non a caso -vale la pena osservare– nella laguna meridionale, orbitante attorno a Chioggia e dunque vissuta da un mondo di pescatori, i nomi sono molto più frequenti e più fitti rispetto a quelli che si leggono in prossimità di Venezia, dove una comunità dedita soprattutto ad altre attività, in primo luogo mercantili e manifatturiere, aveva meno interesse a denominare nei minimi dettagli la morfologia lagunare sommersa. La laguna esprimeva così una cultura e una conoscenza che diventavano controllo sul territorio, riconosciuto e denominato in luoghi che per noi oggi non sono nemmeno tali, per noi sono semplicemente acqua.

Vediamo anche, nell’immagine, la bocca di Malamocco com’era all’epoca, senza le dighe foranee e con i grandi canali di marea che entravano privi di interferenze dovute alle opere umane. Questi canali si ramificavano in canali minori, poi in altri minori ancora, e così via fino ai capillari, portando la marea in flussi coesi nelle aree lagunari interne che venivano vivificate. L’immagine è importante perché documenta l’assetto morfologico mantenutosi con la sua funzionalità nei secoli, proprio dove lo scavo del canale dei Petroli ha causato nell’ultimo mezzo secolo il più grave dei disastri provocando perdita della morfologia, della funzionalità idraulica e della stessa identità lagunare dell’area.

Queste due immagini, tratte dalle cartografie dei rispettivi anni, mettono a confronto la laguna nel 1970 con quella del 2000. [Immagine] Il 1970 è una data molto significativa, perché il Canale dei Petroli era stato ultimato pochi anni prima: nella laguna del 1970 vi era dunque lo squarcio del canale, ma nelle superfici adiacenti a questo la morfologia preesistente non era stata ancora demolita.

Si vede con immediatezza come in trent’anni sia avvenuta la trasformazione radicale di una realtà che si era mantenuta sostanzialmente uguale per almeno seicento anni (nelle cartografie del Sabbadino riconosciamo la stessa morfologia, dovuta al rapporto con le forzanti naturali a partire dal fatto che terra ruota). Lo squarcio profondo e rettilineo del canale ha rotto l’equilibrio: il canale sottrae la maggior parte dei flussi di marea, che non alimentano più i canali minori divenuti asfittici; in più la profondità del tirante d’acqua risucchia i sedimenti dai fondali laterali, mentre ogni passaggio di navi ingigantisce il fenomeno per l’effetto “pistone” con una conseguente azione demolitiva che ha fatto collassare, affondare e appiattire i fondali. In queste condizioni la marea entrante non si diffonde più per flussi canalizzati ma per laminazione, mentre l’acqua che defluisce causa, ritornando nel canale, ulteriore appiattendo e asporto di sedimenti, che vengono espulsi irreversibilmente in mare con le maree in uscita. In questo modo, due volte al giorno da oltre cinquant’anni, si è aggravato e si continua ad aggravare il deficit di sedimenti di cui la laguna soffriva già a causa delle diversioni dei fiumi storicamente attuate.

A seguito del risveglio di coscienze indotto dall’alluvione del ’66 è stata promulgata, nel 1973, la prima Legge Speciale. Questa richiede, tra le altre cose, la “rimozione delle cause del dissesto”, il “ripristino della morfologia”, il “riequilibrio della laguna”. (Alla prima altre due leggi speciali si sono succedute, con conferma di questi obiettivi). Risultato? mentre queste Leggi erano e sono attive la laguna è andata, e continua ad andare, al collasso. [immagine] In questa immagine il colore viola indica le estensioni con profondità superiori al metro e mezzo: nel ’30 questa profondità, canali navigabili a parte, era superata solo nella Valle dei Sette Morti; nel 2000 l’area che supera il metro e mezzo è vastissima, con al centro il canale dei Petroli ove il collasso è avvenuto in netta prevalenza dal ’70 al 2000.

Le Leggi Speciali chiedono da oltre quarant’anni la rimozione dei fattori di degrado; ma realtà, sotto gli occhi di tutti, ci dice che anziché rimuovere quei fattori se ne sono aggiunti degli altri, enormi, in spregio non solo alle leggi ma anche al comune buon senso. [Immagine]  queste immagini mostrano i “vongolari” all’opera, mentre pescavano con i loro “barchini”. Si vede con tutta evidenza la torbidità dovuta al sedimento sospeso, conseguente allo spallolamento dei fondali provocato da ciascun vongolaro; e si vede anche come le torbide vadano verso il canale principale per finire poi in mare con le maree in uscita, perdendosi irreversibilmente. In una laguna in deficit di sedimenti è avvenuto anche questo, una pesca attuata frullando i fondali nonostante le leggi vietino in laguna la pesca a strascico… ma questa, è stato detto, non è pesca a strascico, è altra cosa quindi va bene. Siamo al paradosso. La pesca alle vongole filippine aveva creato anche gravi problemi di ordine pubblico, per le rivendicazioni dei vongolari e per i loro conflitti sfociati in fatti violenti. Come si sono risolti? Legittimando questa pesca, ammettendola e regolamentandola; e poco importa il dettato delle leggi speciali, poco importa l’immenso danno causato alla laguna, poco importa un rapporto costo/benefici semplicemente demenziale (I redditi dei vongolari, all’inizio molto elevati, erano infimi se confrontati al costo, ambientale e anche economico, dei danni causati). La Provincia ha dettato così le regole: si peschi pure, purché con barchini a norma. (In quest’immagine, tratta dal manuale della Provincia realizzato ad hoc, vediamo il barchino regolamentare con l’elica aggiuntiva che va sul fondale per frullarlo e sparare un getto di sedimenti e vongole verso una rete di raccolta). Questo è un fondale lagunare dopo il prelievo di vongole avvenuto secondo le regole! [immagine] Ciò vuol dire che la distruzione diretta della laguna ha vinto ancora, e che le Leggi Speciali sono state irrise; col risultato che il disastro ambientale, oltre ai danni morfologici e idraulici, ha portato al crollo la stessa produttività ittica, tanto che in Laguna questa pesca non è più conveniente. In compenso ha spazzato via la pesca tradizionale, frutto di una cultura materiale millenaria che garantiva la gestione e la conservazione della laguna; tutto questo mentre erano già state individuate dall’ ICRAM (oggi confluito nell’ISPRA) le strade per contenere la pesca delle “filippine” riportandola ad un quadro di compatibilità con l’ambiente e con le altre attività alieutiche.

sul piano del linguaggio questa vicenda ha raggiunto il grottesco. Le leggi nazionali e locali, nel recepimento di precise direttive europee, vietano, a tutela della biodiversità, l’introduzione in laguna di specie non autoctone; ma le vongole filippine, attivamente seminate, vengono dall’Indopacifico, come evidente dal nome. Una contraddizione irrisolvibile? No: è bastato che una legge regionale stabilisse con una norma ad hoc che le “filippine” sono specie “indigena” per meriti economici; e con questo la biodiversità è stata salvata e le norme che la tutelano sono state rispettate! Con una finzione linguistica si è rovesciata la realtà, si è dato via libera al massacro della Laguna e si sono irrisi al tempo stesso le normative e il vocabolario della lingua italiana. un insulto anche al senso comune, ma va bene così, tutto è andato liscio e nessuno se ne è vergognato.

E poi, è stato detto, con la regolamentazione si pescano le vongole solamente nelle aree in concessione. Abusivismo a parte quelle aree comprendevano quasi tutte le acque libere della laguna; e anche dove l’inquinamento dei fondali aveva fatto precludere la pesca in concessione era consentita quella del “seme”, cioè degli esemplari giovani da reimmettere nelle aree di produzione [immagine]. Tutto regolamentato: come a dire, si è stabilito che la laguna può essere distrutta, fingendo oltretutto di non sapere che così si sarebbe compromesso, come avvenuto, anche il futuro della pesca stessa.

La laguna ha circa seimila anni. Per quattromila si è mantenuta da sola, senza l’intervento dell’uomo; per gli altri duemila è stata gestita, divenendo un sistema in equilibrio orientato che ha visto anche le opere di grande portata attuate dalla Serenissima. Solo nell’ultimo secolo alla gestione sono subentrate le aggressioni, con cancellazione per eliminazione diretta di vaste superfici e con sventramenti che ne hanno compromesso natura e funzionalità. [Immagine]  Torniamo con le immagini al canale dei Petroli, che, come visto, ha cancellato nell’area il carattere di laguna canalizzata. Per realizzarlo si sono riversati i fanghi di scavo in tre vaste aree a lato, le casse di colmata, seppellendo estesissime barene con eliminazione diretta di preziosi e peculiari habitat lagunari; e il programma prevedeva di proseguire con la bonifica (“bonifica”, rendere buono…), ovvero col seppellimento di tutte le superfici retrostanti, fino alla terraferma. Questa era la concezione della Laguna negli anni Sessanta: dopo quattromila anni di processi naturali conservativi, e duemila anni di gestione umana, si è passati al rapporto con la Laguna come con qualcosa da sottoporre a distruzione diretta.

Tornando ai bluff linguistici alcune parole vanno spese sul “ripristino morfologico”, a sua volta richiesto da una legge speciale. I soggetti che hanno realizzato le opere presentate come “ripristini”, Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova, si sono onorati di aver ricostruito 12 chilometri quadrati di nuove barene; in realtà sono stati realizzati quasi ovunque dei terrapieni ribordati da contenitori rigidi. Chiunque conosca la laguna sa che le barene hanno precise caratteristiche morfologiche e precise quote, che sono sinuose, che sono plastiche; queste, nell’immagine, Immagine sono le “barene artificiali” realizzate, sono ciò che è stato chiamato “ripristino” morfologico, equivocando, a vantaggio della semplificazione progettuale ed esecutiva (e di tutto ciò che questa sottendeva), tanto sul significato di “ripristino” quanto su quello di “barena”.  

Ancora più istruttivi sono gli equivoci sull’idea di “riequilibrio”. Un grande professore di idraulica ha scritto che il riequilibrio della laguna è un controsenso, un “ossimoro”, perché la laguna, in quanto tale, è un ambiente fuori equilibrio. Tralasciando un particolare: è vero che l’equilibrio in senso termodinamico tende alla staticità e all’indifferenziazione; ma qui si parla di equilibrio ambientale, concetto del tutto diverso basato sui processi dinamici ed evolutivi che determinano le capacità dell’ambiente di autoconservarsi mantenendo complessità e funzionalità. Questo era, con tutta evidenza, il senso del riequilibrio richiesto dalle Leggi Speciali.

La parola, e l’idea espressa, sono diventate così oggetto di equivoci rigirati a seconda delle convenienze, come in un gioco delle tre carte.  Si è detto che la laguna è per definizione fuori equilibrio, e che quindi il dettato delle leggi speciali è fuorviante; ma di contro, quando è convenuto, si è affermato che la laguna è già in equilibrio (almeno alle bocche) e quindi non occorre fare niente. Come mai questa finzione, che contraddice anche dati ampiamente noti, indagati e pubblicati?  Semplice: per avere via libera al MOSE, destinato a stabilizzare e irrigidire irreversibilmente le bocche lagunari, conveniva affermare che queste andavano bene così e che quindi non c’era niente da migliorare prima di avviare l’opera. Tutto possibile grazie al controllo sull’informazione.

Il monopolio sull’informazione ci ha regalato sul MOSE, la madre delle corruzioni e degli scandali lagunari, manipolazioni della lingua italiana che hanno raggiunto l’apice. L’opera, nelle disposizioni che ne avevano autorizzato il progetto, sarebbe dovuta essere “sperimentale”, “graduale” e “reversibile”. Parole chiare, anche se interpretabili in modo flessibile, che sono state impunemente irrise nonostante ogni evidenza.

La sperimentazione si è fermata al primo atto, la realizzazione di una singola paratoia su trespoli per verificare se è vero che riempita d’acqua sta sul fondo mentre riempita d’aria emerge: in sostanza per verificare se il principio di Archimede funziona ancora. Con quella paratoia, che ha dato il nome all’intera opera (MOSE è l’acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico), le sperimentazioni si sono sostanzialmente concluse. Tutti i guai tecnici che stanno emergendo in modo clamoroso con cedimenti, corrosioni, disfunzioni già in fase di cantiere, e che fanno sorgere grandissimi dubbi sulle prospettive di reale funzionamento, sono figli di sperimentazioni mancanti o inadeguate.

Sulla reversibilità siamo all’inverosimile. Da un lato è stato detto che qualsiasi cosa che si mette si può togliere; dall’altro lato, più pragmaticamente, è stato scritto, in atti fondamentali per l’approvazione, che il problema non si pone, poiché l’opera, qualora non serva più, può rimanere dov’è, “sterilizzata” come se non fosse mai esistita.

Quanto alla gradualità… Di graduale c’è stato solo il progetto, nel senso che è mancato fino alla fine un progetto esecutivo che definisse in modo compiuto soluzioni, azioni, costi e tempi. Si è proceduto per progetti parziali, per “fasi esecutive” che hanno consentito di avviare il grande business e di alimentarlo per stralci in assenza di conoscenze e decisioni tecniche fondamentali. Così si sono fatti gli scavi e si sono riempite le bocche di cemento, anche con opere risultate errate, prima ancora che fossero progettate le paratoie e che si fosse stabilito come fare le cerniere (ovvero gli elementi tecnicamente più delicati, progettati alla fine con soluzioni del tutto diverse dalle previsioni iniziali, che non a caso evidenziano già gravi segni di criticità).

Le Leggi Speciali richiedevano la rimozione dei fattori di degrado; ed è noto a tutti gli addetti che il principale fattore di devastazione, evidente fin dalla sua realizzazione, era e continua ad essere il canale dei Petroli. Per questo già nel ’92 il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova avevano progettato l’occlusione del tratto iniziale del canale, interrandolo e riportando il traffico sul largo canale naturale in adempimento a quanto richiesto dalle leggi. [immagine] In questa simulazione, tratta da quel progetto, il canale dalla bocca di porto alla curva di San Leonardo è già interrato, mentre il traffico navale è riportato nel canale Fisolo opportunamente raccordato. Con quella soluzione il flusso di marea sarebbe stato reimmesso nel canale che alimentava una reta vasta e ramificata, riattivando la funzionalità lagunare. Ma qualcosa, contemporaneamente, era scattata; e così gli stessi proponenti, alle fine, evocando “gravi criticità” (in realtà risolvibilissime già allora) hanno accantonato il progetto rimandandolo ad approfondimenti che però non sono mai avvenuti. Quella soluzione, volta realmente a riequilibrare la laguna centrale, è stata da lì in poi semplicemente ignorata: conveniva non riesumarla, sarebbe stata un’ammissione che la laguna è fuori equilibrio e avrebbe interferito con interessi ormai orientati in altra direzione.

In questa ultima immagine [immagine] viene ripreso il progetto del ’92 del Magistrato alle Acque, con una proposta fatta propria e avanzata quest’anno da Italia Nostra e dalla Società Veneziana di Scienze Naturali. Me ne sono fato carico di persona partendo dal progetto del ’92, da alcune linee elaborati per l’ICRAM nel 2003 e da precise prescrizioni della Commissione di Salvaguardia. La proposta progettuale sintetizzata nell’immagine è volta a restituite all’area il carattere di laguna canalizzata, a mitigare gli effetti dei transiti delle navi e a ripristinare con forme funzionali le frange di barene che delimitavano le acque libere; tutto questo, è bene sottolinearlo, semplicemente riprendendo e sviluppando le soluzioni progettuali proposte già nel ’92 dal Magistrato alle Acque come adempimento alle richieste delle Leggi Speciali.

Nelle linee qui prospettate il canale dei Petroli non viene interrato ma solo interrotto in due tratti, con occlusioni sufficienti a far rientrare la corrente nei canali naturali; in più il ripristino di dossi sommersi riattiva la canalizzazione e i processi di differenziazione, mentre lungo il tratto che costeggia le Casse di Colmata  una frangia di barene artificiali è progettata per recepire, con effetti dissipativi e ricostruttivi, sia le correnti e le compressioni provocate dalle navi, sia gli impatti dei venti di bora e di scirocco i cui fetch sui fondali oggi sprofondati provocano onde cariche di energie demolitive. Fino ad oggi per contenere la demolizione sui bordi si sono costruite al più delle barriere rigide sulle sponde; ma la compressione dell’acqua dovuta al passaggio delle navi, invece che essere contrastata con barriere, può essere recepita divenendo fattore di vivificazione. Vogliamo cominciare col riconoscere almeno le cose già scritte e condivise, avviando uno studio vero sul cosa si può fare per ripristinare i caratteri, l’identità e la funzionalità della laguna e lasciando alle spalle gli interessi che hanno egemonizzato quanto finora avvenuto? E’ chiaro che riequilibrare la laguna, in particolare in quest’area, non significa tornare a quella originaria: non si potrebbe e non avrebbe neanche senso, perché la laguna è storicizzata ed evolutiva.  Ma riequilibrarla, riportarla ai caratteri di laguna canalizzata, si può, solo che contrasta con gli interessi vecchi e nuovi e quindi non lo si vuole.

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